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Caso Ramelli: alcune domande ed una proposta. Gentile Direttore, a seguito dell’ultima seduta del consiglio comunale di Lodi la pagina delle lettere de “il Cittadino” ha ospitato numerosi interventi sul “caso Ramelli”, che ha posto al centro del dibattito l’ipotesi di intitolare una via della città al giovane assassinato negli anni ’70, tra le vittime di una lunga e lacerante stagione di odio politico. Come noto, su questa ipotesi si è registrato in consiglio comunale anche un profondo dissenso interno al Pdl, ma non è su questo aspetto (già abbondantemente sviluppato dai protagonisti, a volte persino inconsapevoli, della diatriba) che desidero soffermarmi. Piuttosto, riterrei utile cogliere lo spunto fornito dalla tante osservazioni formulate sull’argomento, provando a fornire un contributo personale, partendo da alcune domande. Innanzitutto, se si ha a cuore la figura di Ramelli si può essere davvero convinti che l’unica possibilità di perpetuarne il ricordo sia legata all’intitolazione di una via? In secondo luogo, se si è animati da una sincera volontà di superare la stagione nefasta degli opposti estremismi perché si è scelto di inasprire il dibattito con accenti ideologici, decidendo di iscrivere una mozione in consiglio comunale che aveva l’apparenza di una clava post elettorale a servizio di un tentativo di riaffermare un’identità politica evidentemente non generalizzata persino all’interno dello schieramento da cui è scaturita tale proposta? Infine, se davvero l’obiettivo di questa iniziativa era quello di favorire la convergenza verso una serena valutazione di un tragico episodio, consentendo momenti di approfondimento e di riflessione condivisi, non sarebbe stato più opportuno ed efficace promuovere un confronto preliminare ed articolato con tutte le forze politiche? Poste tali questioni, provo ad avanzare una proposta, partendo dalla considerazione, già puntualmente segnalata dal consigliere Bosoni del gruppo PD, che a Lodi già esiste una via intitolata a tutte le Vittime delle Violenza. Perché non cerchiamo, unitariamente, di costruire un percorso serio di conoscenza di quei terribili anni, interpretandoli con gli schemi di un’analisi storica che non possiamo pretendere sia neutra ma che sicuramente può, a distanza di anni, affrancarsi dai vincoli dell’appartenenza ideologica? Ciò che auspico è uno sforzo condiviso per costruire, anche nel nostro contesto locale, una (pur giovane) memoria custodita di quegli eventi, che dia slancio alla crescita di una cittadinanza consapevole, che non può evidentemente cancellare o ignorare le diversità ideologiche e di sensibilità culturale, ma che prova a delineare e consolidare il perimetro di una coscienza civile. Non è semplice, ma si può fare: solo così l’intitolazione di una via diventerà occasione di unità e non una sciabola (per altro poco affilata) che può ancora lacerare il tessuto della nostra convivenza.
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