martedì 07 settembre 2010
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Don Milani
Scritto da Simone   
mercoledì 30 giugno 2010
Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia. (da Lettera ad una professoressa)
 
Il nuovo Ministero low cost???
Scritto da Simone   
domenica 20 giugno 2010

Gentile Direttore, credo di essere stato tra i tanti a rimanere basito dall’ultima eccentrica definizione del ministro Tremonti.

In un momento in cui si chiedono tagli anche a chi non ha più risorse, si chiedono sacrifici a milioni di Italiani, e manca qualsiasi opportunità per i giovani, il governo che fa?

Un nuovo ministero, semplice!

Senza aver ancora dimostrato la minima utilità del Ministero delle riforme(Bossi - Lega),  del Ministero della semplificazione(Calderoli - Lega), unito al fondamentale Ministero all’attuazione del programma (Rotondi -Pdl) - ma i dipartimenti della presidenza del consiglio chissà poi a cosa servono? - ecco il fondamentale Ministero dell’attuazione del federalismo … certo mentre si fanno tagli con l’accetta senza sapere o conoscere (ma purtroppo non interessa) le situazioni di partenza degli enti locali ecco il nuovo ministro: Brancher.

Ma Tremonti dopo aver predicato “rigore, tagli e conti in ordine” si sente in dovere di puntualizzare che sarà un ministero low cost!

Caspita!Ho pensato: “quindi vedremo Brancher  viaggiare in Ryanair? Lascerà le auto blu per  Panda e Tram? Sostituirà i pranzi di ricevimento con acquisti frugali alla Lidl? Invece di prendersi una schiera di collaboratori userà solo personale già a disposizione dei ministeri?

Non sarà questa spesa nuova ed ulteriore ad aggravare il bilancio allo stato ma quando si chiedono lacrime e sangue ci si dovrebbe comportare di conseguenza!

Mi scusi Direttore dimenticavo, erano statisti, non furbi imbroglioni come questi!

Simone Uggetti

Assessore del Comune di Lodi

   

 

 
Caso Ramelli
Scritto da Simone   
giovedì 17 giugno 2010

Caso Ramelli: alcune domande ed una proposta.

 

Gentile Direttore, a seguito dell’ultima seduta del consiglio comunale di Lodi la pagina delle lettere de “il Cittadino” ha ospitato numerosi interventi sul “caso Ramelli”, che ha posto al centro del dibattito l’ipotesi di intitolare  una via della città al giovane assassinato negli anni ’70, tra le vittime di una lunga e lacerante stagione di odio politico. Come noto, su questa ipotesi si è registrato in consiglio comunale anche un profondo dissenso interno al Pdl, ma non è su questo aspetto (già abbondantemente sviluppato dai protagonisti, a volte persino inconsapevoli, della diatriba) che desidero soffermarmi. Piuttosto, riterrei utile cogliere lo spunto fornito dalla tante osservazioni formulate sull’argomento, provando a fornire un contributo personale, partendo da alcune domande.

Innanzitutto, se si ha a cuore la figura di Ramelli si può essere davvero convinti che l’unica possibilità di perpetuarne il ricordo sia legata all’intitolazione di una via? In secondo luogo, se si è animati da una sincera volontà di superare la stagione nefasta degli opposti estremismi perché si è scelto di inasprire il dibattito con accenti ideologici, decidendo di iscrivere una mozione in consiglio comunale che aveva l’apparenza di una clava post elettorale a servizio di un tentativo di riaffermare un’identità politica evidentemente non generalizzata persino all’interno dello schieramento da cui è scaturita tale proposta? Infine, se davvero l’obiettivo di questa iniziativa era quello di favorire la convergenza verso una serena valutazione di un tragico episodio, consentendo momenti di approfondimento e di riflessione condivisi, non sarebbe stato  più opportuno ed efficace promuovere un confronto preliminare ed articolato con tutte le forze politiche?

Poste tali questioni, provo ad avanzare una proposta, partendo dalla considerazione, già puntualmente segnalata dal consigliere Bosoni  del gruppo PD, che a Lodi già esiste una via intitolata a tutte le Vittime delle Violenza. Perché non cerchiamo, unitariamente, di costruire un percorso serio di conoscenza di quei terribili anni, interpretandoli con gli schemi di un’analisi storica che non possiamo pretendere sia neutra ma che sicuramente può, a distanza di anni, affrancarsi dai vincoli dell’appartenenza ideologica? Ciò che auspico è uno sforzo condiviso per costruire, anche nel nostro contesto locale, una (pur giovane) memoria custodita di quegli eventi, che dia slancio alla crescita di una cittadinanza consapevole, che non può evidentemente cancellare o ignorare le diversità ideologiche e di sensibilità culturale, ma che prova a delineare e consolidare il perimetro di una coscienza civile. Non è semplice, ma si può  fare: solo così l’intitolazione di una via diventerà occasione di unità e non una sciabola (per altro poco affilata) che può ancora lacerare il tessuto della nostra convivenza.

 
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